piccola storia del cinema giapponese

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Le origini

L'invenzione del cinema arriva presto in Giappone. Nel 1896 a Kōbe viene presentato con grande successo il Kinetoscopio di Edison, mentre l'anno successivo il Vitascopio Edison e il Cinématographe dei Lumière offrono le prime vere proiezioni su schermo per un pubblico collettivo.

I primi film giapponesi, risalenti al 1898-1899, sono principalmente riprese dal vivo di scene di strada e di "danze di geisha" nei quartieri di piacere. I primi film a soggetto sono fedeli adattamenti di famosi drammi kabuki, anche se, in generale, gli attori kabuki sono reticenti a cimentarsi con il cinema, nel quale vengono invece impiegati i kyūgeki, attori di rango inferiore

Una figura caratteristica del cinema delle origini è quella dei benshi ("uomini parlanti"), i commentatori pubblici dei film muti, incaricati di leggere le didascalie a beneficio di un pubblico in buona parte analfabeta, ma anche di descrivere le trame prima della proiezione per ricondurle a strutture narrative ben riconoscibili. I più celebri, arrivano ad avere il nome sopra i titoli, a rivaleggiare per popolarità con attori e registi e ad influenzare addirittura la produzione dei film. Anche il fratello maggiore di Akira Kurosawa, per passione, fu un benshi, cosa che contribuì notevolmente ad avvicinare questo artista al cinema. La categoria raggiunge la massima fortuna all'inizio degli anni venti, riesce a sopravvivere fino alla metà degli anni trenta, riuscendo con la propria opposizione a ritardare l'affermazione del cinema sonoro in Giappone, ma è inevitabilmente destinata a scomparire.

La transizione dal cinema muto a quello sonoro non è facile né rapida, sia per la forte opposizione dei benshi, le cui performance erano diventate parte integrante dei film, sia per la mediocre qualità tecnica dei primi, imperfetti sistemi di sonorizzazione.

La decisa tendenza nazionalista e militarista del Giappone, emersa a partire dall'inizio degli anni trenta e culminata nel 1936 con il trattato di alleanza con la Germania nazista e nel 1937 con l'invasione della Cina, investe anche il cinema, che non può rimanere estraneo alla realtà politica del paese. Non solo il governo rafforza la censura, arrivando ad arrestare o addirittura uccidere artisti di simpatie marxiste, ma nel 1939 prende sotto il suo diretto controllo l'industria cinematografica.

In un simile contesto, ostile all'espressione artistica personale, i maggiori autori dell'epoca tentano invece di conservare una relativa indipendenza, ripiegando su temi "innocui", quale le biografie di artisti o il repertorio kabuki.[

La rinascita del dopoguerra

Nei primi anni del dopoguerra l'industria cinematografica è fortemente segnata dall'influenza della politica.Il cinema subisce il controllo e la censura degli organi preposti dall'esercito di occupazione americano che proibiscono i film storici che diffondono uno «spirito feudale.

A partire dalla fine degli anni quaranta, tornano alla ribalta i cineasti che avevano esordito negli anni venti, nell'epoca del muto, ed erano stati protagonisti del cinema anteguerra

Gli anni cinquanta rappresentano il periodo più glorioso della storia del cinema giapponese, una nuova «età d'oro» dopo quella degli anni del muto, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.

Grazie alla ricostituzione del sistema delle majors (la produzione cresce ininterrottamente per oltre un decennio, passando dai 69 film prodotti nel 1946 ai 555 nel 1960, l'annata-record a partire dalla quale però la tendenza si inverte e la produzione comincia a calare costantemente.]

All'interno di una così ampia produzione commerciale, articolata nei più diversi generi popolari, spiccano le vette artistiche di autori quali Kurosawa e Mizoguchi, che non conquistano il box-office ma offrono prestigio alle case di produzione che danno loro libertà di espressione

Cinema d'autore

Ad aprire una stagione di grandi capolavori è Rashōmon (1950) di Akira Kurosawa, un'opera atipica,molto moderna, poco compresa dalla sua stessa casa di produzione, che riesce a vincere il Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia e l'Oscar per il miglior film straniero.

Kurosawa nel giro di pochi anni firma almeno altri tre capolavori: Vivere (Ikiru) (1952), il suo miglior film di ambientazione contemporanea; I sette samurai (1954), un grande successo internazionale, malgrado la lavorazione travagliata e i pesanti tagli della produzione;] l'adattamento dal Macbeth shakespeariano Il trono di sangue (1957).

Cinema popolare

Molto successo hanno il film di mostri, il cui fortunato capostipite è Godzilla (1954), che unisce le paure della guerra fredda all'ispirazione di un classico come King Kong. Lo straordinario successo di questo film dà vita ad innumerevoli seguiti, epigoni ed imitazioni, prodotti da tutte le majors, con la proliferazione dei più diversi mostri (Radon, Mothra, Gamera...), protagonisti di serie a loro dedicate. Sono addirittura undici quelli che la Toho riunisce nel 1968 nel film Gli eredi di King Kong.[40]

Alla fine degli anni cinquanta comincia ad essere codificato anche lo yakuza-eiga, il film gangster giapponese, che raggiungerà l'apice nei due decenni successivi, ad opera soprattutto di Kinji Fukasaku e Seijun Suzuki.

A partire dal 1958, con La leggenda del serpente bianco, primo lungometraggio animato a colori giapponese, la Toei comincia a dedicarsi sistematicamente anche al cinema di animazione, destinato a diventare nel giro di pochi anni, grazie al legame con l'importante mercato dei manga e con la consistente produzione seriale per la televisione, una parte preponderante dell'industria cinematografica .

Gli anni settanta

Nel corso degli anni settanta prosegue la profonda crisi economica dell'industria cinematografica iniziato nel decennio precedente.

I due maggiori successi internazionali del decennio sono significativamente co-produzioni straniere. Dersu Uzala - Il piccolo uomo delle grandi pianure (1975) di Kurosawa, Oscar per il miglior film straniero, è prodotto dalla sovietica Mosfil'm. Grazie alla produzione della francese Argos Films di Anatole Dauman, Oshima può aggirare la censura giapponese e infrangere, con lo scandaloso Ecco l'impero dei sensi (Ai no korida) (1976), l'ultimo tabù del cinema giapponese: la rappresentazione esplicita del sesso sullo schermo. Al grande successo in Occidente, dove in epoca di liberazione sessuale il film assume perfino valore di manifesto culturale, corrisponde però un lungo processo in patria, per oscenità e pornografia.]

Gli anni ottanta

Le opere più notevoli degli anni ottanta sono realizzate da un monumento vivente del glorioso cinema giapponese del passato, Akira Kurosawa, e da due superstiti della nouvelle vague, Nagisa Oshima e Shohei Imamura.

Kurosawa, grazie all'interesse di Lucas, Spielberg e Coppola e ai capitali americani della Fox, può girare un film al di sopra dei limiti produttivi del cinema giapponese di quegli anni, Kagemusha - L'ombra del guerriero (1980), che gli vale la Palma d'oro del Festival di Cannes e un rinnovato successo mondiale. Cinque anni dopo, la trasposizione del Re Lear shakesperiano Ran (1985), prodotto dal francese Serge Silberman e dall'indipendente giapponese Masato Hara, è il suo ultimo film epico.

Nel 1983 Oshima realizza con grande successo un nuovo film scandalo, Furyo (Senjo no Merry Christmas), nel quale sesso e guerra sono intrecciati come mai prima.

Inoltre verso la fine del decennio il cinema d'animazione giapponese raggiunse la maturità, sia per tecnica che per tematiche. Gli anime giungono sempre più spesso nelle sale cinematografiche in lungometraggi e mediometraggi,. Inoltre questo mercato trae giovamento dalla presenza del settore degli OAV (ovvero gli home video) che dall'importante mercato delle esportazioni. Un'altra caratteristica propria da cui trae vantaggi il cinema giapponese è la tendenza delle varie stazioni televisive a non trasmettere programmi, serie, cartoni animati, film-tv di origine straniera. Questo, se da un lato (fino alla diffusione dello streaming) tenne il mercato giapponese in una condizione di autoreferenzialità, dall'altro mantenne maestranze di ogni livello, attori, montatori, tecnici e una palestra per giovani registi.

Gli anni novanta

Il Festival di Cannes 1993 è teatro di un importante momento di passaggio: fuori concorso viene presentato Madadayo - Il compleanno, ultima opera della lunghissima carriera dell'"imperatore" del cinema giapponese, Kurosawa, mentre nella sezione Un Certain Regard viene presentato Sonatine, che fa scoprire in Occidente Takeshi Kitano, affermato intrattenitore comico televisivo che ha esordito alla regia cinematografica nel 1989 con Violent Cop.

Kitano, consacrato dalla vittoria del Leone d'oro della Mostra del cinema di Venezia 1997 con Hana-bi - Fiori di fuoco, è l'unico autore giapponese emerso nel corso di questo decennio a raggiungere una fama internazionale.

Gli anni 2000

Akira Kurosawa muore nel 1998. L'ultimo grande veterano del cinema giapponese decade dopo più di cinquant'anni di attività e di trenta pellicole.

A differenza dei decenni precedenti, tuttavia, il cinema giapponese conosce una fase di nuova giovinezza. Le opere del Sol Levante attraggono sempre più cinefili e critici e ben presto autori rimasti nel dimenticatoio nei decenni precedenti emergono rapidamente. Dall'altra parte, autori già noti al pubblico occidentale consolidano la loro notorietà. È il caso di Takeshi Kitano, autore di film forse meno memorabili di quelli del decennio precedente, ma comunque degni di nota, come L'estate di Kikujiro (1999) e Zatōichi (2003).

Ottengono una certa celebrità in occidente anche alcuni talentuosi attori prima snobbati, che lavorano in produzioni internazionali. È il caso soprattutto di Ken Watanabe, candidato all'Oscar al miglior attore non protagonista nel 2003 per la sua interpretazione in L'ultimo samurai.

Riacquisisce molta popolarità persa nei decenni precedenti anche il cinema horror e soprattutto tra i giovani si diffonde una specie di adorazione verso questi. Abbandonati i vecchi cliché di Godzilla, i nuovi film "J-Horror" sono molto più inquietanti e cupi e spesso diventano anche oggetto di remake hollywoodiani. È il caso di Ring (1998) di Hideo Nakata e, Kairo (2001) di Kiyoshi Kurosawa e Ju-on: Rancore (2003) di Takashi Shimizu.

Fondamentale è il cinema d'animazione, anche detto anime, che dona grande rinomanza e numerosi premi ai suoi autori.

4139 commenti

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